Intervista A Billy Sheehan

Ha suonato insieme a Steve Vai nella band che David Lee Roth formò dopo essersene andato dai Van Halen, ha formato i Mr. Big vendendo milioni di dischi e facendo concerti sold out (40.000 fan all'Osaka Dome in Giappone!), sta per dare alle stampe il quinto cd del trio Niacin con Dennis Chambers alla batteria e John Novello all'Hammond, sta preparando l'uscita di un cd di solo basso ed uno in duo bass & drum con Terry Bozzio. Sembrerebbe che il caro Billy sia stato leggermente occupato…

Ha suonato insieme a Steve Vai nella band che David Lee Roth formò dopo essersene andato dai Van Halen, ha formato i Mr. Big vendendo milioni di dischi e facendo concerti sold out (40.000 fan all'Osaka Dome in Giappone!), sta per dare alle stampe il quinto cd del trio Niacin con Dennis Chambers alla batteria e John Novello all'Hammond, sta preparando l'uscita di un cd di solo basso ed uno in duo bass & drum con Terry Bozzio.

Sembrerebbe che il caro Billy sia stato leggermente occupato… Ultimamente ha però riunito le idee e, in quasi totale solitudine (spiccano un cameo di Steve Vai in un brano e una comparsa di Terry Bozzio su due tracce), fatta eccezione per la presenza del 'nostro' Simone Sello alla programmazione e alla gestione dei campionamenti, ha inciso undici tracce che oltre a riconfermare la grande capacità tecnica e la 'voce' inconfondibile sullo strumento – ci mostrano un Billy Sheehan ottimo chitarrista e valido cantante alle prese con un rock che, senza abbandonare spunti e fughe virtuosistiche, ci regala delle 'canzoni' ampiamente al passo con il rock contaminato che sta spopolando negli Usa in questo periodo.

Abbiamo approfittato di essere di fronte a questo primo, attesissimo cd da solista, Compression, per rivolgergli delle domande sulla particolare lavorazione dell'album, sul suo ritorno al fianco di Steve Vai sul palco del G3 tour di questa estate insieme a Joe Satriani e John Petrucci e, più in generale, sul suo punto di vista a proposito di qualche argomento stimolante.

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Raccontaci la storia di Compression: quando hai cominciato a comporre il materiale?

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Ho lavorato sulla composizione dei brani per sei mesi prima di cominciare a registrarli. Ho composto cantando, accompagnandomi con la chitarra-baritono (una via di mezzo tra una chitarra elettrica e un basso); tutto quello che sentite su Compression è nato espressamente per il progetto, niente canzoni scartate dai Mr. Big!

Hai scritto i brani, li hai cantati, hai suonato praticamente tutti gli strumenti (oltre al basso e alla chitarra-baritono, Billy suona l'elettrica a 12 corde e a 6 corde ed ha programmato le batterie elettroniche): è stata una scelta 'organizzativa' o 'artistica'?

Artistica, naturalmente. Credo che sia scorretto cercare di sembrare simile alle band con le quali ho suonato. Volevo cercare di fare qualcosa di unico e nuovo, amo tutte le band con le quali ho suonato e sono orgoglioso della musica che abbiamo fatto insieme, ma volevo che la mia identità uscisse fuori, non adagiarmi su di una 'formula'. Sono stato molto fortunato ad avere questa possibilità… Ho suonato molti strumenti nel disco perché molte volte i musicisti invitano così tanti ospiti sui loro progetti solisti che non si riesce a capire chi suona cosa.

Descrivici le canzoni di Compression: sei particolarmente attaccato a qualcuna in particolare?

Cambio idea ogni giorno! È come chiedere ad un genitore: "quale è il tuo figlio preferito?" In questo momento la mia preferita è "Perfect Groove"; inoltre ho ricevuto un sacco di e-mail da persone che hanno il cd e che indicavano quella, "Chamaleon" e "Caroline" come le preferite… È molto piacevole ascoltare le opinioni della gente, tutte le canzoni hanno un senso per me, non sono solo canzoni d'amore o piene di sentimenti 'usa e getta', sono uno specchio di come sono io veramente.

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Leggendo la lista dei riconoscimenti che hai collezionato nella tua carriera si rimane senza fiato: innanzitutto hai spazio sufficiente a casa per esporli?

Questa è veramente divertente come domanda… ma è la verità! Non c'è più spazio per me, devo uscire io dalla stanza! Molte cose sono accatastate da una parte aspettando di trovare posto su di un muro. Sono molto gratificato, è già un grande onore aver ricevuto un riconoscimento, figuriamoci così tanti!

Non hai sentito il 'peso' dell'attesa che i tuoi fan e il music business ripongono sicuramente nei tuoi confronti?

Assolutamente no, amo suonare ed amo suonare per la gente. Non potrebbe mai essere un peso fare ciò che ami per vivere e farlo per gente che ama sentirti mentre lo fai! È il paradiso! Ogni aspetto negativo del music business scompare quando suono di fronte ad un pubblico. Inoltre mi sono sempre impegnato più di quanto chiunque potesse chiedermi di fare…

Producendo cosi tanta musica nei vari progetti che ti vedono protagonista non ti è mai capitato di sentirti 'scarico' dal punto di vista creativo? Se si, come hai 'sbloccato' la situazione?

Si, può succedere di sentirsi 'a secco' per un certo periodo, lavorare in vari progetti mi aiuta a rimanere 'fresco' e creativo. Un sacco di nuove idee arrivano dalla collaborazione all'interno di un team di lavoro, se mi sento in una fase di 'stallo' cerco di ascoltare qualcosa di completamente diverso per un po' di tempo: quando ritorno ad affrontare quello a cui stavo lavorando ho una ottica completamente differente. Vuoi suonare meglio musica heavy? Ascolta Sinatra. Vuoi scrivere migliori canzoni d'amore? Vai ad un concerto degli SlipKnot. Funziona, veramente!

Che tipo di macchine avete usato per registrare Compression?

Abbiamo lavorato sul mio computer Mac usando Cubase e ProTools, poi tutto è stato trasferito su un hard disk recorder Radar. Adoro la rivoluzione digitale! Oggi è veramente: "se lo pensi, lo puoi fare!" C'è una grande libertà creativa, spero di non registrare più su nastro analogico!

Qual è il tuo attuale set up dal vivo?

Un set up molto semplice: tre testate Ampeg SVT 4 Pro, quattro casse Ampeg 8 per 10 pollici e qualche compressore.

Sei uno dei pochi musicisti ad aver contribuito alla progettazione e costruzione di uno strumento signature che ha resistito alla prova del tempo, diventando un nuovo classico: raccontaci la storia dello Yamaha 'Billy Sheehan' Attitude…

Ti ringrazio! Il basso Yamaha Attitude è il risultato di tutti gli esperimenti che ho fatto sul mio Fender 'Wife' (cioè 'moglie'…), trasformandolo a tal punto da renderlo praticamente irriconoscibile: volevo che la Yamaha creasse uno strumento da suonare, che durasse molto tempo e che resistesse a molti anni di durissimo lavoro in tour. Il basso che uso io è esattamente identico a quello che chiunque può trovare nei negozi.

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Oltre ad una capacità tecnica fantastica tu sei dotato di una 'voce' inconfondibile sullo strumento: è stato lungo e difficile trovarla? Quanto è frutto della ricerca e quanto era nella tua testa e nelle tue orecchie prima ancora che te ne accorgessi?

Bella domanda! La voce che ogni artista ha arriva con il tempo. È la tua impronta digitale: unica e riconoscibile per ognuno. Non sono veramente sicuro di tutto quello che ho fatto per trovarla, ma sicuramente fare migliaia di concerti (quasi quattromila a tutt'oggi) in ogni situazione immaginabile è stato un fattore importante. Anche sistemare il mio basso esattamente come lo volevo, lavorare sul tipo di amplificazione e sul suono che volevo è stato importante, ma credo che alla fine è sempre una questione di mani e di spirito più che di equipaggiamento… La nostra unicità come persone trasparirà, a volte presto, a volte più tardi…

Quanto è importante l'ascolto, l'analisi e la profonda conoscenza della storia che ci precede, per riuscire ad essere anche soltanto un po' 'riconoscibili', 'caratteristici'?

A volte è meglio non conoscere! Le nostre caratteristiche peculiari usciranno fuori, che noi lo si voglia oppure no! Io ascolto musica di artisti di tutti i tipi, credo sia buono copiare o emulare i tuoi artisti preferiti, soprattutto all'inizio. È un passo importantissimo per trovare la propria 'voce'.

Questa estate, in occasione del G3 Tour, sei tornato sul palco insieme a Steve Vai, riformando i Power Twins. Raccontaci come è andata e descrivici l'energia e l'interplay che correvano su quel palco!

È stato pazzesco, mi piace tantissimo suonare con Steve. L'intero show era basato sul dare il meglio di noi ogni sera, è così che dovrebbe essere!

Ci sono progetti di fare un cd con le registrazioni di quei concerti?

Ancora nessuno, ma sarebbe bello!

Parlaci del tuo prossimo progetto con Terry Bozzio di un duo bass & drum.

Ci abbiamo lavorato recentemente, adesso è completato, è molto particolare… Terry è un artista-musicista veramente unico. Volevamo fare un disco sperimentale di basso e batteria, sono molto felice di come è venuto.

Ci sono molti pareri contrastanti sull'efficacia o meno di insegnare, oltre a elementi di teoria 'classica' o jazz, anche elementi specifici di rock o di tecniche legate particolarmente ad altri generi di musica come il tapping, il fretless ecc. Tu che ne pensi? Credi ci sia un senso e che sia possibile trasmettere delle informazioni e delle esperienze anche per argomenti cosi poco 'istituzionali'?

Parlare meno, suonare di più! Penso che sia giusto imparare da solo quello che vuoi sapere… Questa è la mia opinione, altri direbbero che la risposta è nelle scuole di musica. Io non la penso così, sono autodidatta in molti campi, ma rispetto chi ha avuto un'educazione approfondita. Loro ne sanno più di me, ma spesso scopro che chi sa tanto non sfrutta completamente questo enorme bagaglio di informazioni…

Hai in programma nuovi video didattici e, se si, come saranno strutturati?

Mi piacerebbe fare qualcosa per riassumere quello che so e far beneficiare altri della mia esperienza trentennale.

C'è qualche bassista che ha catturato la tua attenzione recentemente?

Mi piace il tipo che suona con Beck (Justin Meldal-Johnsen).

Descrivici il nuovo disco dei Mr. Big e quello dei Niacin, il tuo supergruppo con Dennis Chambers e John Novello.

Il disco dei Mr.Big è 'morbido' e si muove su velocità medie: mi sarebbe piaciuto se ci fosse stato più rock dentro. Il nuovo disco dei Niacin è una esplosione incredibile di libertà ed abilità, Dennis fa veramente i botti!

A proposito dei Talas: parlaci dello show che avete fatto a Buffalo, davanti a 25.000 fan impazziti, e che finirà su cd e dvd.

Che casino! È stata una serata meravigliosa! Tuttavia non so se verrà pubblicato.

Ci sono altri progetti futuri con loro?

Non c'è realmente niente di pianificato. Ci ritroviamo ogni tanto per divertirci: non faremo mai nuove canzoni insieme, è finita da tempo.

Una volta hai detto che suonare sui dischi (per imparare le canzoni, non i soli) aiuta enormemente ad 'imparare a suonare' sotto tutti i punti di vista. Elencasti una serie di dischi che avevano segnato la tua crescita come musicista, cose tipo Santana, Blood Sweat & Tears e Stand Up dei Jethro Tull. Questa lista è in continua evoluzione? Qual è il tuo disco di 'allenamento' preferito in questo momento?

Si, la lista cresce in continuazione! I Gipsy Kings, Smokin' degli Humble Pie, i Ramones; un disco di Paco De Lucia è il favorito in questo momento, insieme ad alcune vecchie cose dei King Crimson.

Allora grazie Billy, ti lasciamo all'ascolto dei tuoi dischi preferiti!

Ciao!

SIMONE SELLO

Spesso le riviste che si occupano di musica, musicisti ed in generale di argomenti e personaggi riconducibili al mondo dello show-business sono costrette a guardare e raccontare ai lettori le gesta dei loro beniamini usando il binocolo, con una prospettiva che rende a volte difficile catturare sfumature che spesso fanno la differenza.

Chitarre ha l'enorme fortuna di aver costruito negli anni un rapporto privilegiato, costruttivo e di reciproco scambio di idee ed opinioni con musicisti del peso di Steve Vai, Frank Gambale, Scott Henderson (la lista potrebbe continuare…) che collaborano attivamente con noi con articoli, organizzazione di seminari, contribuendo in generale ad arricchire la trattazione di argomenti che altrimenti resterebbero orfani di opinioni decisive per una descrizione esauriente.

Questa volta ci siamo superati: un componente del team della rivista, Simone Sello, colui che di solito raccoglie la testimonianza, il contributo dei 'pesi massimi' d'oltreoceano ha fatto il grande passo: ha lavorato con Billy Sheehan alla realizzazione del suo primo lavoro solista, contribuendo al superamento dello scalino che spesso è il primo lavoro solista di artisti abituati a 'far parte del gruppo'.

Abbiamo chiesto a Simone di raccontarci come è andata e più in generale che aria tira nel music business in America.

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Simone, raccontaci il percorso che ti ha portato a lavorare in America con Billy Sheehan.

Allora, la mia connection con Billy Sheehan è stata Steve Vai, per quanto suoni strano… Incontrai Steve per la prima volta a Roma, in occasione della sua prima clinic in Italia, diversi anni fa e tramite Mauro Salvatori, che traduceva il tutto – salii sul palco per suonare la chitarra ritmica su una sequenza di due accordi su cui lui voleva dimostrare alcuni elementi di improvvisazione: praticamente si trattava di aiutarlo, niente di più. Però la parte – seppur semplice era in 11/8, presa da un brano di Zappa.

Da li nacque una sorta di amicizia che mi portò prima a visitarlo a casa una volta che mi trovai a Los Angeles per Chitarre, e poi a mandargli del mio materiale e scambiare opinioni. A lui in qualche modo piacque molto il mio approccio a certe situazioni sonore, non necessariamente solo chitarristiche, e quindi mi 'raccomandò' a Billy qualche anno dopo (quando mi ero già trasferito a Los Angeles a causa dei miei interessi musicali), nel momento in cui questi voleva iniziare un discorso solistico basato sulla computer music.

Spiegaci esattamente qual è stato il tuo ruolo nella lavorazione di Compression

Appunto, Billy – dopo essere stato riconosciuto migliore bassista rock del mondo e roba del genere – iniziò ad interessarsi alla musica elettronica, al computer e ai synth. Quindi mise insieme uno studio piuttosto attrezzato da quel punto di vista, però allo stesso momento si rendeva conto di aver bisogno di qualcuno che già 'parlasse' il linguaggio di quelle macchine, per iniziare a tradurre le sue idee in fatti concreti, in musica. E alla fine quel qualcuno sono stato io!

Che tipo di macchine avete usato e quale è stata la 'metodologia' di lavoro che avete scelto?

La metodologia di lavoro è cambiata diverse volte. I primissimi esperimenti erano basati su delle tracce di basso che Billy improvvisava nel suo home studio da solo sul click, e che io in seguito portavo a casa e riascoltavo, tagliando, cucendo e costruendoci grooves e melodie sopra. Poi una volta acquistata 'confidenza' con gli hard drives lui ha praticamente iniziato ad invertire il processo, partendo da programmazioni create da lui stesso, su cui poi sovraincide melodie, tracce di chitarre, bassi ecc. Da li in poi in pratica il mio ruolo è stato quello di rendere il tutto più organico, aggiungendo linee di synth, ri-quantizzando tracce ritmiche, mettendo loops qua e là…

Pensi che in Italia sarebbe stato impossibile riuscire ad arrivare a lavorare ad un livello come quello che hai raggiunto tu in America?

Si, o quasi. Per il semplice motivo che la maggior parte degli artisti di un certo calibro nel pop e nel rock vivono in questa nazione! Comunque il mio interesse per gli USA e per Los Angeles è partito da Roma, quindi lo vedo come una specie di 'percorso'.

Sinceramente quali pensi che siano i difetti e i pregi dell'industria discografica italiana, e quali quelli dei musicisti italiani?

I difetti dell industria discografica italiana penso siano dovuti ad una sorta di provincialismo, accentuato dalla paura di sbagliare, e dal senso generale di doversi per forza sempre confrontare con gli Usa. Al contrario gli inglesi, ad esempio, sono 'piccoli' quasi quanto noi, però se ne fregano degli Usa e vanno per la propria strada… Però – a nostra discolpa – è anche vero che le problematiche dovute alla diffusione diversa tra la lingua inglese e quella italiana sono piuttosto ovvie. Noi musicisti italiani siamo ovviamente parte dell'intero meccanismo, ed abbiamo senz'altro le nostre colpe…
Un po' più specifico? Dal punto di vista artistico, per quanto sembri scontato, dovremmo attingere di più dall'approccio dei tantissimi artisti della tradizione italiana (includendo scultori, pittori ecc.). Basta con le copie dei Toto (che – per carità – non si toccano!): andiamo avanti, ascoltiamo nuova roba… Battiato è un buon esempio di originalità e ricerca, secondo me. Poi, dal punto di vista strettamente tecnico/musicale, siamo poco attenti al groove e al sound di gruppo: insomma vince sempre il cantante, e non è mica giusto! Dalla nostra parte, però, credo che abbiamo un miglior senso melodico rispetto agli americani. Ovviamente queste sono tutte considerazioni generiche, si potrebbero trovare mille eccezioni per ognuna…

E l'industria ed i musicisti americani, sono così come ce li siamo sempre immaginati oppure le cose sono diverse, e quanto?

Essendo l'America una nazione giovane, come tutti sappiamo, possiede una componente forte di ingenuità e di sfrontatezza che la rende molto diversa dalla nostra. Negli Usa la paura di sbagliare non è proprio la stessa: si osa molto di più. Inoltre, il rock vende! E l'industria discografica, si sa, è basata principalmente sul denaro.

È difficile rimanere in America riuscendo a campare solo con la musica?

Direi proprio di sì. C'è più spazio che in Italia, ma c'è anche molta più competizione e-soprattutto per noi che veniamo da una cultura diversa i tempi di adattamento sono praticamente infiniti.

Che tipo di compromessi bisogna accettare?

Bisogna sapersi adattare, mettere da parte il proprio ego, accettare di essere soli, puntare su se stessi. Facile? Mica tanto: basti pensare a quanti pochi musicisti professionisti italiani vediamo suonare in un ristorante dopo aver fatto le tournée di musica pop. In Usa invece questo è molto più comune.

Progetti futuri?

In questo momento ho un mio disco fuori, è ancora a livello promozionale ma sta già dando dei risultati… È un trip di cover di brani rock degli anni settanta rivisitati in chiave elettronica/postmoderna. Io lo ho trovato divertente, si chiama Sample This e io esco con il nome di Simonex… Anzi, mi piacerebbe avere delle opinioni, ci sono degli mp3. Poi in questo preciso momento mi trovo all'estremo sud della Florida, in una isoletta che si chiama Marathon, per mettere su il tour invernale di una giovane popstar con cui sto collaborando come chitarrista: lui canta, ha tredici anni e si chiama Aaron Carter, ed è il fratello minore di Nick dei Backstreet Boys. Ha già venduto più di due milioni di dischi…

ON STAGE: Steve Vai

Vox Club – Nonantola (Mo)-20 novembre 2001

L'appuntamento del Vox Club nella nebbiosa pianura padana è importantissimo perché proprio da qui decolla il tour europeo della nuova superband del chitarrista americano. Molti gli accreditati per poter stampare in anteprima le impressioni e le notizie del nuovo spettacolo di Vai, ma anche per decifrare l'identità di un gruppo che sulla carta possiede un potenziale di livello atomico.

La serata viene aperta dalla band del selvaggio Eric Sardinas, vale a dire un triade di rock blues estremo sulla quale vale la pena lanciare qualche interessante annotazione. Eric è un animale selvatico ed incontrollabile che somiglia fisicamente al Ted Nugent giovane, perdutamente innamorato di Robert Johnson e Stevie Ray Vaughan al punto di suonare armato di una chitarra artigianale (che in pratica è un dobro elettrificato) sul quale egli sfoga tutta la propria isterica voglia di blues.

La sua mano è molto pesante e a farne le spese sono alcune corde e la relativa accordatura rimediata da Eric al volo durante il secondo brano mentre la band dietro di lui rallenta il ritmo consentendo al chitarrista di risolvere al meglio il suo problema. Quasi un ora di scena divertente messa in atto da un personaggio che potrebbe rendere molto di più se limitasse la propria folle irruenza a favore di una maggior precisione. Ma forse, se cosi facesse, nessuno si ricorderebbe più di lui, e tra salti in mezzo al pubblico e pacche sulle casse Sardinas chiude il suo movimentato spettacolo.

Ok, adesso tocca a Steve Vai, ma la domanda di rito è a quale degli Steve Vai visti fino ad oggi somiglierà il nuovo Steve Vai? In primo luogo lo scopo di Steve è sempre quello di stupire, prerogativa che risiede senza dubbio nel suo DNA, e poi attuare una grande progetto sonoro avvalendosi di altri fenomeni eguali o inferiori a lui stesso ma sempre musicisti di livello superiore. E allora via con "Shy Boy" recuperata dai tempi dell'eccelso Eat 'Em And Smile di 'Diamond Dave' Lee Roth e cantata dall'altro fenomeno riconosciuto, Billy Sheehan. Billy è il primo tassello del nuovo formidabile ensemble di Vai: i due avevano duettato alla grande proprio con l'ex cantante di Van Halen prima che Billy affiancasse il suo estemporaneo lavoro di basso all'altro axe hero Paul Gilbert nei Mr Big.

Dietro di loro il batterista australiano Virgil Donati, session man dotatissimo e innovativo, altro piccolo genio del drumming. Sua maestà Steve si presenta alla partenza con il suo look variopinto ed il volto coperto da una vistosa benda di pelle nera: in pratica "Shy Boy" viene eseguita dal chitarrista quasi 'alla cieca', con pochissimi errori fra lo stupore di molti tra il pubblico. Dal secondo brano la band cresce di numero con l'irruzione in scena di altre due magnifiche chitarre: alla sinistra di Steve va a piazzarsi Dave Weiner mentre dall'altra parte addirittura un illustre esponente entrato da tempo immemore nella mitologia dello shred, Tony McAlpine. Con questi innesti si materializza una vera 'monster band', un gruppo tecnico e virtuosistico da paura e che imprime subito il suo marchio infuocato con una splendida interpretazione di "Erotic Nightmare".

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Tra crescendo imperiosi e note tirate all'infinito si fa strada il primo spazio dedicato alla chitarra di Weiner che si trova proiettato da solo a centropalco per un eccellente break. Da questo imperioso spiegamento di forze emerge quindi un lato democratico, che offre spazi a rotazione per tutti senza però togliere in alcun modo il cono di luce primario al titolare del progetto. A Billy Sheehan invece spettano molti passaggi da primattore anche in seno ai brani stessi, coronati dal suo solito lavoro di scale veloci, per dare ulteriore dinamicità ad una ritmica che si cementa perfettamente con le rullate sistematiche di Donati. Anche per Tony McAlpine i piccoli tributi si sprecano, e quando egli si propone alle tastiere in un solo piuttosto classicheggiante anche chi non lo conosce si rende conto della sua ingente forza strumentistica.

E poi c'è il Vai che tutti aspettano, che esegue "Bad Horsie" con la stessa grinta che sfoderò di fronte a Ralph Macchio nel film Crossroads o che sbaglia parecchio (per troppa confidenza col brano, non certo per incapacità) durante la vecchia "The Animal". Uno spettacolo che in definitiva soddisfa il 90% delle attese e che nelle poche sbavature riceve attenuanti dovute alla stanchezza (soltanto 4 giorni prima hanno suonato ad Hong Kong) e al fatto che si debba ancora perfezionare il giusto affiatamento. La 'big rock band' voluta da Vai si congeda quindi dalla sua prima tappa europea lasciando nella mente un ricordo indelebile, ma anche una considerazione per il futuro di Steve: che egli non diventi una sorta di Buffalo Bill della chitarra costretto ad inventarsi ogni anno qualcosa di ulteriormente straordinario ed eclatante per rendere sempre più imprevedibile il suo spettacolo in giro per il mondo.

Max Mingardi

"FEED YOUR HEAD"

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Su un tappeto di chitarre rock e loop jungle (?!) Sheehan incastra una linea di basso funzionale nella sua semplicità, affidando la riuscita al perfetto incastro con le varie parti ritmiche programmate.

Alla fine della strofa, come lancio per l'inciso troviamo un unisono che, pur non sfruttando figurazioni diverse dalla pulsazione ritmica, riesce a lanciare l'inciso in maniera inappuntabile. Un'ottima dimostrazione che, soprattutto con una griglia ritmica serrata è meglio 'assecondare' il fluire del brano piuttosto che cercare una trasgressione che potrebbe 'freddare' il lancio desiderato…

"SOMETHING GOTTA GIVE"

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In questo brano il caro Billy prende una cellula ritmica (due ottavi seguiti da una pausa sempre di un ottavo) e la sfrutta in vari modi in tutto il brano. Nella strofa l'uso è finalizzato per "movimentare" una armonia classicamente "rock".

Nell'inciso l'uso della cellula ritmica serve a creare uno spostamento del battere all'inizio delle battute dispari che dà un effetto "dove è l'uno?" che denota una grande conoscenza di Sheehan sia della storia della musica rock, sia dei trucchi che servono ad impreziosire un arrangiamento…

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